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Paolo Zamara

Mercati ed economia · Analisi

La Tobin Tax raddoppia: analisi dell’impatto sui portafogli retail italiani

Le aspettative del governo, i dubbi sul gettito e la paura dei delisting.

Paolo Zamara 27 min di lettura

Indice dell’articolo
  1. Cos’è la Tobin Tax e come funziona
  2. Le novità della Manovra 2026: cosa cambia
  3. Opinioni di esperti ed economisti
  4. Il confronto europeo
  5. L’impatto sui portafogli della clientela retail italiana
  6. Le implicazioni per Piazza Affari e l’economia
  7. Conclusioni e raccomandazioni

Executive Summary

La Manovra 2026 prevede il raddoppio immediato della Tobin Tax italiana, con un aumento dall’attuale 0,2% allo 0,4% sulle transazioni di azioni italiane ad elevata capitalizzazione. La misura, approvata negli emendamenti governativi di dicembre 2025, entrerà in vigore dal 1° gennaio 2026 senza la gradualità inizialmente ipotizzata. L’aliquota sui mercati regolamentati passa dall’1‰ al 2‰, mentre quella sui mercati OTC (non regolamentati) raddoppia dal 2‰ al 4‰. Il governo stima un gettito aggiuntivo di circa 1,5 miliardi di euro nel triennio, con l’obiettivo di coprire la riduzione della doppia tassazione sui dividendi.


Cos’è la Tobin Tax e come funziona

Origini e obiettivi

La Tobin Tax prende il nome dall’economista statunitense James Tobin, Premio Nobel per l’economia nel 1981, che nel 1972 propose un’imposta sulle transazioni valutarie internazionali. L’idea originaria di Tobin era quella di scoraggiare la speculazione sui mercati valutari e stabilizzare i flussi finanziari globali attraverso un piccolo prelievo su ogni transazione. La versione italiana dell’imposta, introdotta dal Governo Monti con la Legge di Stabilità 2013, rappresenta un adattamento di questo concetto applicato specificamente alle transazioni su azioni italiane.

Come funziona l’imposta in Italia

La Tobin Tax italiana colpisce le transazioni finanziarie che hanno come oggetto azioni di società italiane con una capitalizzazione di mercato superiore a 500 milioni di euro, oltre ai derivati che hanno come sottostante queste stesse azioni. Una caratteristica importante è che l’imposta si applica indipendentemente dalla residenza dell’acquirente o dal luogo in cui avviene la transazione: anche un investitore straniero che compra azioni di una società italiana quotata su un mercato estero è soggetto all’imposta.

L’imposta colpisce esclusivamente l’acquisto di titoli, non la vendita, e si calcola sul controvalore totale dell’operazione, non sull’eventuale utile realizzato. Questo significa che l’imposta è dovuta anche quando l’investitore registra una perdita sull’operazione. Il meccanismo di applicazione è relativamente semplice: l’intermediario finanziario (banca o SIM) trattiene automaticamente l’importo dovuto al momento dell’esecuzione dell’ordine di acquisto e lo versa all’erario entro il 16 del mese successivo.

Esistono però numerose esenzioni che riducono significativamente l’ambito di applicazione dell’imposta. Non sono soggette alla Tobin Tax le operazioni intraday, ovvero quelle aperte e chiuse nella stessa giornata di negoziazione, considerando che si tratta tipicamente di operazioni speculative a breve termine. Sono esenti anche gli acquisti di azioni estere, gli ETF e i fondi comuni di investimento, le obbligazioni e i titoli di Stato, oltre alle azioni di società con capitalizzazione inferiore alla soglia dei 500 milioni. Restano fuori dall’imposta anche le attività dei market maker, le operazioni di emissione primaria di titoli e, dal 2013, gli investimenti in fondi etici.


Le novità della Manovra 2026: cosa cambia

Il raddoppio immediato delle aliquote

Fino al 31 dicembre 2025, la Tobin Tax italiana prevede un’aliquota dello 0,1% (ovvero 1 per mille) sulle transazioni effettuate sui mercati regolamentati come Piazza Affari, e dello 0,2% (2 per mille) sulle transazioni over-the-counter, cioè quelle effettuate al di fuori dei mercati regolamentati. Dal 1° gennaio 2026, entrambe le aliquote raddoppiano: l’aliquota sui mercati regolamentati sale allo 0,2% (2 per mille), mentre quella sui mercati OTC raggiunge lo 0,4% (4 per mille).

La novità più significativa rispetto alle ipotesi iniziali è l’abbandono della gradualità triennale proposta originariamente da Fratelli d’Italia. Il governo ha scelto un approccio più drastico, con un raddoppio immediato e completo a partire dal primo gennaio 2026. Questa scelta rappresenta un cambiamento di strategia rispetto alla proposta iniziale, che prevedeva un aumento più diluito nel tempo per consentire al mercato di adattarsi gradualmente.

Le motivazioni politiche ed economiche

La decisione di raddoppiare la Tobin Tax si inserisce in un contesto politico complesso. La misura nasce principalmente come copertura finanziaria per compensare il ridimensionamento dell’aumento della tassazione sui dividendi delle holding, una proposta che aveva suscitato forti contestazioni da parte di Confindustria e degli investitori istituzionali. Il governo ha individuato nella Tobin Tax una fonte di gettito alternativa per tre ragioni principali: garantisce un’entrata certa e relativamente rapida, ha ancora margini di crescita considerando che attualmente genera solo 546 milioni annui, ed è politicamente più difendibile rispetto alla tassazione diretta sui redditi da capitale.

Particolarmente interessante è il paradosso che riguarda la Lega. Nel programma elettorale del 2022, il partito di Salvini prometteva esplicitamente l’abolizione della Tobin Tax, definendola una misura distorsiva e penalizzante per il settore finanziario italiano. Oggi, con il ministro Giorgetti (Lega) all’Economia, lo stesso partito approva il raddoppio dell’imposta, generando non poche perplessità sulla coerenza tra promesse elettorali e azioni di governo. Questa inversione di rotta solleva interrogativi sulla reale valutazione che il governo fa degli effetti economici della misura.

Dubbi sul gettito atteso e sulla sostenibilità

Il governo stima che il raddoppio della Tobin Tax possa generare circa 337 milioni di euro aggiuntivi nel 2026, per un totale stimato nel triennio di circa 1,5 miliardi. Tuttavia, queste previsioni ottimistiche si scontrano con la storia recente dell’imposta. Nel 2013, quando il governo Monti introdusse la Tobin Tax, le stime prevedevano un gettito di circa un miliardo di euro l’anno. La realtà si è rivelata molto diversa: l’incasso massimo mai registrato è stato di 546 milioni nel 2024, praticamente la metà delle aspettative iniziali. Nel frattempo, i dati mostrano che gli scambi a Piazza Affari sono diminuiti del 40%, mentre i volumi sono rimasti stabili o sono cresciuti nei paesi che non hanno adottato forme di tassazione sulle transazioni finanziarie, come la Svizzera, il Regno Unito e i paesi del Nord Europa.

Come evidenziato dall’economista Luigi Marattin, tassare a livello nazionale una base imponibile che è perfettamente mobile a livello internazionale presenta rischi significativi. Gli investitori possono facilmente spostare i propri capitali verso mercati dove l’imposta non esiste o è inferiore, con il risultato che lo Stato non solo non raggiunge gli obiettivi di gettito previsti, ma rischia di perdere definitivamente quei capitali e i relativi investimenti. L’esperienza della tassazione sugli yacht in Italia rappresenta un precedente inquietante: l’introduzione di un’imposta locale su beni perfettamente mobili ha portato alla perdita di buona parte dell’industria nautica italiana.


Opinioni di esperti ed economisti

Luigi Marattin: il rischio della mobilità del capitale

Luigi Marattin, economista e deputato del Partito Liberaldemocratico, ha espresso una critica netta alla decisione di raddoppiare la Tobin Tax. Secondo Marattin, si ripresentano “gli stessi rischi che ci furono quando in preda al contagio populista si decise di tassare gli yacht: perdemmo buona parte dell’industria nautica”. Il paragone con la tassazione sugli yacht è particolarmente calzante perché evidenzia un principio economico fondamentale: quando si tassa a livello nazionale una base imponibile perfettamente mobile a livello internazionale, il risultato è spesso la fuga del capitale anziché l’aumento del gettito.

Marattin sottolinea che non solo c’è il rischio di non raggiungere gli obiettivi di gettito previsti dal governo, ma si rischia di “salutare per sempre quel capitale e i relativi investimenti”. In altre parole, l’effetto non è semplicemente una riduzione temporanea degli investimenti, ma una perdita strutturale e permanente di competitività del mercato italiano. L’economista ha proposto alternative per recuperare le risorse necessarie, suggerendo di eliminare misure considerate costose e inefficaci come l’anticipo pensionabile e la rottamazione delle cartelle esattoriali, investendo invece nell’ampliamento della fascia IRPEF al 33% fino a 60.000 euro di reddito.

Davide Massiglia: l’impatto differenziato sui diversi investitori

Davide Massiglia, commercialista presso Advant Nctm, offre un’analisi più articolata dell’impatto della misura, distinguendo tra diverse categorie di investitori. Per gli investitori retail, tradizionalmente più reattivi all’aumento dei costi operativi, il raddoppio dell’aliquota potrebbe incidere in modo particolare sulle strategie ad alta rotazione e sulla convenienza degli acquisti ricorrenti o frazionati. Massiglia evidenzia come sarebbero particolarmente penalizzati gli investitori che effettuano piani di accumulo capitale (PAC) con versamenti mensili su azioni italiane, poiché ogni singolo acquisto mensile comporta il pagamento dell’imposta.

Ben più rilevante, secondo Massiglia, sarebbe l’impatto sugli investitori istituzionali, sia italiani che esteri, per i quali l’incremento dei costi marginali per transazione rappresenta un fattore distorsivo importante nelle decisioni strategiche di portafoglio. La conclusione del commercialista è che un aumento dell’imposta potrebbe ridurre la liquidità complessiva del mercato domestico e favorire un progressivo spostamento dell’operatività verso strumenti e piazze finanziarie non soggetti al prelievo. Questo fenomeno, se confermato, innescherebbe un circolo vizioso che renderebbe Piazza Affari sempre meno attrattiva, con conseguenze negative sulla capacità delle imprese italiane di raccogliere capitale sul mercato domestico.

Stefano Franceschini Weiss: il rischio di delisting

Stefano Franceschini Weiss, presidente di Ambromobiliare, pone l’accento sulla competitività complessiva di Piazza Affari nel contesto europeo. Secondo il suo punto di vista, il mercato italiano sta già soffrendo di una progressiva riduzione del numero di intermediari, con SIM che chiudono e SGR che vengono accorpate ogni anno. Questa tendenza deriva direttamente dal fatto che Piazza Affari è poco attrattiva, con volumi di scambio sempre più ridotti. Franceschini Weiss sostiene che non esiste altra spiegazione se non la Tobin Tax per comprendere come i volumi della Borsa italiana siano calati così drasticamente, pur in presenza di un aumento consistente della capitalizzazione complessiva delle società quotate.

Il presidente di Ambromobiliare evidenzia un rischio concreto: altre società potrebbero seguire l’esempio di Brembo, che nel 2023 ha trasferito la sede legale nei Paesi Bassi pur mantenendo quella fiscale in Italia. Questa operazione consente alle società di evitare che le proprie azioni siano soggette alla Tobin Tax italiana, beneficiando al contempo di un sistema di governance più flessibile e di maggiori opportunità per operazioni di fusione e acquisizione. Il caso Brembo è particolarmente significativo perché dimostra che anche società storicamente legate al territorio italiano possono trovare conveniente una strategia di “exit fiscale”, mantenendo la produzione e la tassazione dei redditi in Italia ma liberandosi del peso della Tobin Tax sulle transazioni azionarie.

Il paradosso della riforma del TUF

La misura arriva in un momento particolarmente delicato per Piazza Affari. Il governo sta infatti lavorando a una riforma del Testo Unico della Finanza (TUF) con l’obiettivo dichiarato di rendere il mercato italiano più attrattivo e incentivare le quotazioni di nuove società. Come evidenziato da Teleborsa, il raddoppio della Tobin Tax rappresenta quindi un “contraccolpo per i mercati dei capitali italiani” proprio mentre si cerca di migliorarne la competitività. Questa apparente contraddizione solleva dubbi sulla coerenza complessiva della strategia del governo per il mercato finanziario italiano: da un lato si cerca di attrarre nuove quotazioni e investimenti, dall’altro si aumenta un’imposta che storicamente ha contribuito a ridurre i volumi di scambio e la liquidità del mercato.


Il confronto europeo

I paesi che hanno adottato la Tobin Tax

Nel panorama europeo, solo 11 paesi dell’Unione Europea hanno adottato forme di tassazione sulle transazioni finanziarie, con modalità e aliquote molto diverse tra loro. La Francia è stato il primo grande paese europeo a introdurre una Tobin Tax nel 2012, con un’aliquota iniziale dello 0,3% aumentata allo 0,4% dal 31 marzo 2025. L’imposta francese si applica alle azioni di società con capitalizzazione superiore a un miliardo di euro e prevede l’esenzione per le operazioni intraday, in modo simile al modello italiano ma con una soglia di capitalizzazione più alta.

La Spagna ha introdotto la propria versione della Tobin Tax solo nel 2021, con un’aliquota dello 0,2% applicata alle società con capitalizzazione superiore a un miliardo di euro. Il modello spagnolo prevede interessanti esenzioni, come quella per le operazioni di riacquisto di azioni proprie (buyback) quando sono collegate a piani di incentivazione per i dipendenti. Il Regno Unito, pur essendo uscito dall’Unione Europea, mantiene una forma particolare di tassazione chiamata “stamp duty” dello 0,5%, che si applica solo agli acquisti e esclude i market maker e gli strumenti di negoziazione elettronica.

Con il raddoppio previsto per il 2026, l’Italia si posizionerà tra i paesi con l’aliquota più alta in Europa. L’aliquota dello 0,4% per i mercati OTC eguaglierà quella francese, mentre quella dello 0,2% per i mercati regolamentati sarà superiore a quella spagnola e a quella della maggior parte degli altri paesi europei che hanno adottato forme limitate di tassazione sulle transazioni finanziarie. Altri paesi come Austria, Belgio, Portogallo, Grecia, Slovacchia e Slovenia hanno applicazioni ridotte e limitate, con aliquote che oscillano tra lo 0,1% e lo 0,35%.

I paesi senza Tobin Tax e l’effetto competitività

La maggior parte dei paesi europei più competitivi dal punto di vista finanziario non ha adottato la Tobin Tax. La Germania, la più grande economia europea, non prevede alcuna tassa specifica sulle transazioni azionarie. I Paesi Bassi, dopo aver inizialmente previsto l’introduzione di una Tobin Tax nel Tax Plan 2025, hanno fatto retromarcia di fronte alle preoccupazioni del settore finanziario e alla minaccia di delisting da parte di società quotate. La Svizzera, pur non facendo parte dell’Unione Europea, rappresenta un importante mercato finanziario alternativo privo di Tobin Tax, così come l’Irlanda, che applica solo un’imposta di bollo dell’1% su tutti i trasferimenti di proprietà, ma con una struttura molto diversa dalla Tobin Tax.

Questa frammentazione nella scelta di adottare o meno la Tobin Tax crea inevitabili distorsioni competitive nel mercato europeo dei capitali. Gli investitori, specialmente quelli istituzionali che gestiscono grandi volumi, possono facilmente spostare i propri capitali verso mercati dove l’imposta non esiste o è inferiore. I dati confermano questa tendenza: mentre dal 2013 i volumi di scambio a Piazza Affari sono calati del 40%, nello stesso periodo i volumi sono rimasti sostanzialmente stabili o sono cresciuti nei mercati senza Tobin Tax come la Svizzera, il Regno Unito e i paesi del Nord Europa. Questo divario crescente nella competitività mette in evidenza il rischio che l’Italia diventi un mercato sempre più marginale nell’allocazione globale dei capitali.


L’impatto sui portafogli della clientela retail italiana

La composizione dei portafogli retail in Italia

I dati più recenti forniti da Consob e dall’indagine Assogestioni-Censis fotografano un panorama in evoluzione per quanto riguarda le abitudini di investimento degli italiani. Nel 2024 si è registrata una significativa impennata dell’esposizione azionaria nei portafogli retail, con un aumento del 20,8% nella presenza di titoli azionari. Attualmente, il 46,9% dei risparmiatori italiani investe in strumenti finanziari, mentre un ulteriore 29,3% si dichiara intenzionato a farlo in futuro. Un dato particolarmente interessante riguarda l’orizzonte temporale degli investimenti: circa il 60% degli investitori effettua investimenti con un orizzonte almeno quinquennale, in netto aumento rispetto al 47,9% registrato nel 2022.

Gli strumenti più diffusi nei portafogli retail italiani sono i fondi comuni di investimento, seguiti dagli ETF che stanno registrando una forte crescita negli ultimi anni. Le azioni dirette, principalmente le blue chip italiane, mantengono una presenza significativa, insieme alle obbligazioni e ai titoli di Stato che rappresentano tradizionalmente una componente importante del risparmio italiano. Un dato che merita attenzione è che circa l’80% degli investitori in società italiane quotate sono stranieri, un elemento che rende il mercato italiano particolarmente sensibile alle decisioni di allocazione dei grandi investitori istituzionali internazionali.

Chi sarà impattato e in che misura

L’impatto del raddoppio della Tobin Tax varia significativamente in base al profilo dell’investitore e alla strategia di investimento adottata. Per comprendere le conseguenze concrete della misura, è utile analizzare alcuni esempi pratici. Un investitore che acquista 10.000 euro di azioni Intesa Sanpaolo sul mercato regolamentato pagherà 10 euro di Tobin Tax nel 2025 e 20 euro nel 2026, con un aumento di 10 euro. Su un acquisto di 25.000 euro di azioni Enel, l’imposta passa da 25 a 50 euro, mentre su 50.000 euro di azioni ENI si passa da 50 a 100 euro. Per le operazioni OTC, che già oggi scontano un’aliquota doppia, l’impatto è ancora più significativo.

Per valutare l’impatto annuale complessivo, occorre considerare la frequenza delle operazioni. Un investitore che movimenta 100.000 euro in un anno subirà un aumento dei costi di 100 euro, che diventano 500 euro per chi movimenta 500.000 euro e 1.000 euro per chi movimenta un milione di euro annuo. Questi importi possono sembrare relativamente contenuti in valore assoluto, ma rappresentano comunque un costo aggiuntivo che va a erodere la performance netta del portafoglio, specialmente per le strategie che prevedono una rotazione frequente dei titoli.

L’impatto sui piani di accumulo capitale

I PAC su azioni italiane meritano un’attenzione particolare perché rappresentano una delle strategie di investimento più diffuse tra i piccoli risparmiatori. Questi piani prevedono versamenti ricorrenti, tipicamente mensili, che vengono automaticamente investiti in azioni o fondi. Il problema è che ogni singolo acquisto mensile comporta il pagamento della Tobin Tax, moltiplicando l’impatto dell’imposta nel corso dell’anno.

Consideriamo un PAC con un versamento mensile di 500 euro destinato all’acquisto di azioni italiane quotate. Nel 2025, questo investitore paga 0,50 euro di Tobin Tax ogni mese, per un totale di 6 euro l’anno. Nel 2026, l’imposta mensile raddoppia a 1 euro, per un totale annuale di 12 euro. Anche se in valore assoluto l’importo può sembrare modesto, rappresenta comunque un aumento del 100% del costo. Per PAC di importo superiore, l’impatto cresce proporzionalmente: un PAC di 2.000 euro mensili passa da 24 a 48 euro annui, mentre uno da 5.000 euro mensili passa da 60 a 120 euro annui.

La questione diventa rilevante quando si considera l’effetto di lungo periodo. Un PAC è tipicamente uno strumento di accumulo graduale nel tempo, spesso con un orizzonte di 10-20 anni. L’aumento dei costi operativi, anche se apparentemente contenuto anno per anno, va a erodere sistematicamente il rendimento complessivo dell’investimento nel lungo periodo, riducendo il capitale finale accumulato.

Fondi comuni ed ETF: esenzione apparente, costi indiretti

La situazione di fondi comuni ed ETF richiede un’analisi più sfumata. Formalmente, gli ETF armonizzati che replicano indici italiani, come ad esempio quelli che seguono il FTSE MIB, non pagano direttamente la Tobin Tax quando vengono acquistati o venduti. Questo rappresenta un vantaggio significativo rispetto all’acquisto diretto di azioni italiane. Tuttavia, la questione dei costi indiretti merita attenzione.

Quando un ETF o un fondo comune detiene nel proprio portafoglio più del 50% di azioni italiane soggette a Tobin Tax, le operazioni di ribilanciamento e gestione del portafoglio del fondo comportano il pagamento dell’imposta. Questi costi non vengono addebitati direttamente all’investitore, ma vengono assorbiti dal Total Expense Ratio (TER) del fondo e riducono la performance netta che l’investitore ottiene. L’impatto sul singolo investitore resta tuttavia contenuto grazie alle economie di scala: i costi indiretti vengono distribuiti sull’intero patrimonio gestito dal fondo, che tipicamente ammonta a centinaia di milioni o miliardi di euro.

Gli ETF sintetici, che utilizzano derivati anziché detenere fisicamente i titoli sottostanti, riescono a evitare completamente la Tobin Tax grazie a questa particolare struttura. Per l’investitore retail, la scelta di investire tramite ETF anziché acquistare direttamente azioni italiane presenta quindi vantaggi evidenti in termini di efficienza fiscale, oltre ai benefici già noti in termini di diversificazione e riduzione dei costi di transazione.

Strategie di mitigazione per gli investitori retail

Di fronte al raddoppio della Tobin Tax, gli investitori retail possono adottare diverse strategie per contenere l’impatto sui propri portafogli. La prima e più semplice strategia consiste nel privilegiare investimenti di lungo periodo. La Tobin Tax è un costo fisso che si paga una sola volta al momento dell’acquisto e non viene più applicato fintanto che si mantiene la posizione. Questo significa che chi adotta una strategia buy-and-hold, acquistando titoli con l’intenzione di mantenerli per molti anni, ammortizza il costo dell’imposta su un orizzonte temporale lungo. Ad esempio, un investitore che acquista 10.000 euro di azioni Enel e le mantiene per 10 anni paga 20 euro di Tobin Tax una sola volta, con un’incidenza annualizzata di appena 2 euro, un importo assolutamente trascurabile rispetto al valore dell’investimento.

La seconda strategia consiste nell’utilizzare ETF armonizzati su indici italiani. Questi strumenti offrono esposizione al mercato azionario italiano evitando la Tobin Tax diretta sull’acquisto e sulla vendita dell’ETF stesso. L’investitore ottiene così una diversificazione automatica su un ampio paniere di titoli italiani, beneficiando di costi contenuti (il TER medio degli ETF su indici italiani si aggira tra lo 0,15% e lo 0,35% annuo) e della praticità operativa di negoziare un unico strumento anziché singole azioni. Occorre comunque tenere presente che gli ETF con sottostante prevalentemente italiano possono subire costi indiretti derivanti dalla Tobin Tax pagata dal gestore nelle operazioni di ribilanciamento, ma l’impatto sul singolo investitore resta decisamente più contenuto rispetto all’acquisto diretto di azioni.

Una terza strategia efficace è la diversificazione verso azioni estere. Le azioni di società non italiane non sono soggette alla Tobin Tax, indipendentemente dal mercato di negoziazione. Un investitore può quindi costruire un portafoglio azionario europeo o globale includendo titoli di società tedesche, francesi, spagnole, americane o asiatiche, evitando completamente l’imposta italiana. È importante notare che anche molte società estere quotate a Piazza Affari, in particolare nel segmento STAR, sono esenti dalla Tobin Tax italiana proprio perché non hanno sede legale in Italia.

Quando proprio si decide di operare su azioni italiane, è preferibile concentrare le operazioni sul mercato regolamentato (Borsa Italiana) anziché ricorrere a transazioni over-the-counter. L’aliquota sui mercati regolamentati è infatti la metà di quella applicata all’OTC, consentendo di dimezzare il costo dell’imposta. Analogamente, è consigliabile concentrare gli acquisti anziché frazionarli in molte piccole operazioni: dieci acquisti da 1.000 euro comportano lo stesso costo in Tobin Tax di un singolo acquisto da 10.000 euro, ma la frammentazione crea inefficienze operative e aumenta anche altri costi di transazione come le commissioni bancarie.

L’impatto sui diversi profili di investitore

L’investitore che adotta una strategia buy-and-hold di lungo periodo subirà un impatto minimo dal raddoppio della Tobin Tax. Questo tipo di investitore acquista azioni italiane con l’intenzione di mantenerle per cinque, dieci anni o anche più, puntando sulla crescita del valore del titolo e sulla distribuzione di dividendi nel tempo. Per questa categoria, la Tobin Tax rappresenta un costo una tantum pagato solo al momento dell’acquisto, e la sua incidenza annualizzata risulta talmente bassa da essere praticamente irrilevante rispetto agli altri fattori che influenzano la performance dell’investimento. Non sono necessarie azioni particolari per questa categoria di investitori, che può tranquillamente continuare con la propria strategia.

L’investitore che utilizza piani di accumulo capitale mensili su azioni italiane subirà un impatto medio-basso. Come abbiamo visto, il costo raddoppia ma resta comunque contenuto in valore assoluto: da 6 a 12 euro annui per un PAC di 500 euro mensili, da 24 a 48 euro per un PAC di 2.000 euro mensili. Per questa categoria, potrebbe essere opportuno valutare la possibilità di costruire il PAC su ETF anziché su azioni dirette, oppure semplicemente accettare l’aumento di costo se l’importo complessivo resta sostenibile e in linea con gli obiettivi di investimento di lungo periodo.

Il trader attivo che effettua una rotazione frequente del portafoglio subirà invece un impatto alto. Un investitore che effettua 20-50 operazioni all’anno su azioni italiane vedrà i propri costi operativi aumentare significativamente: su 30 operazioni da 10.000 euro ciascuna, il costo della Tobin Tax passa da 300 a 600 euro annui. Questo aumento del 100% erode direttamente la redditività netta delle strategie di trading, rendendo alcune operazioni marginalmente non più convenienti. Per questa categoria è fortemente consigliato ridurre la frequenza delle operazioni, focalizzarsi maggiormente su azioni estere non soggette all’imposta, utilizzare ETF per mantenere l’esposizione a Piazza Affari, oppure valutare operazioni intraday che sono esenti dalla Tobin Tax (anche se questa strategia comporta rischi elevati e non è adatta alla maggior parte degli investitori retail).

Gli investitori istituzionali, come fondi pensione, società di gestione del risparmio e investitori qualificati, subiranno un impatto molto alto. Per questi soggetti, che gestiscono volumi enormi e operano con margini spesso ridotti, l’incremento dei costi marginali per transazione rappresenta un fattore distorsivo significativo nelle strategie di portafoglio. È probabile che molti investitori istituzionali decidano di ribilanciare i propri portafogli riducendo l’esposizione a Piazza Affari in favore di mercati più competitivi, utilizzino ETF sintetici per mantenere l’esposizione all’Italia evitando la Tobin Tax, o valutino strutture internazionali più efficienti dal punto di vista fiscale.


Le implicazioni per Piazza Affari e l’economia

Il rischio di riduzione della liquidità

Il raddoppio della Tobin Tax rischia di innescare un circolo vizioso particolarmente dannoso per Piazza Affari. L’aumento dell’imposta tende a ridurre il numero e il volume delle transazioni, poiché ogni operazione diventa più costosa. La riduzione degli scambi porta a una minore liquidità del mercato, che si traduce in spread bid-ask più ampi tra i prezzi di acquisto e di vendita. Quando gli spread si allargano, operare sul mercato diventa ancora meno conveniente, spingendo ulteriori investitori a ridurre la propria presenza o ad abbandonare completamente Piazza Affari. Questo circolo vizioso rende il mercato italiano progressivamente meno attrattivo rispetto alle alternative europee e internazionali.

Le evidenze storiche confermano questo rischio. Dal 2013, anno di introduzione della Tobin Tax, al 2024, i volumi di scambio a Piazza Affari sono diminuiti del 40%. Nello stesso periodo, i mercati che non hanno adottato la Tobin Tax, come quelli svizzero, britannico e dei paesi del Nord Europa, hanno mantenuto volumi sostanzialmente stabili o addirittura crescenti. Questa divergenza dimostra che la Tobin Tax ha avuto un effetto distorsivo significativo sulla competitività del mercato italiano, spingendo parte dell’operatività verso altre piazze finanziarie.

Il rischio di delisting e trasferimenti di sede

Il caso Brembo rappresenta un precedente preoccupante che potrebbe essere replicato da altre società italiane. Nel 2023, la storica azienda bergamasca ha trasferito la propria sede legale nei Paesi Bassi, pur mantenendo quella fiscale in Italia. Questa operazione consente a Brembo di continuare a pagare le imposte sui redditi in Italia, mantenendo quindi un contributo fiscale significativo al paese, ma allo stesso tempo le sue azioni non sono più soggette alla Tobin Tax italiana. Oltre a questo vantaggio fiscale, il trasferimento nei Paesi Bassi offre a Brembo un sistema di voto maggiorato potenziato, che può arrivare fino a 10 voti per azione rispetto ai 2 previsti dalla normativa italiana, e una maggiore flessibilità per operazioni di fusione e acquisizione.

MediaForEurope-MFE aveva già seguito una strada simile nel 2022, trasferendo anch’essa la sede legale nei Paesi Bassi. Questi precedenti dimostrano che anche società storicamente legate al territorio italiano possono trovare conveniente una strategia di “exit fiscale parziale”, che mantiene la produzione, i posti di lavoro e la tassazione sui redditi in Italia, ma libera le transazioni azionarie dal peso della Tobin Tax. Con il raddoppio dell’aliquota, è probabile che altre società valutino seriamente questa opzione, soprattutto quelle con azionisti stranieri che rappresentano la maggioranza del flottante.

Le conseguenze di questo fenomeno andrebbero ben oltre la perdita di gettito dalla Tobin Tax. Il trasferimento di sede legale comporta una perdita di prestigio per Piazza Affari, una riduzione della capitalizzazione complessiva del mercato italiano e, nel lungo periodo, potrebbe portare a una minore rilevanza del mercato azionario italiano nel contesto europeo. Inoltre, le società che trasferiscono la sede legale potrebbero progressivamente allentare i legami con l’Italia anche per altre decisioni strategiche, rendendo il fenomeno più strutturale di quanto appaia a prima vista.

L’impatto sulle società partecipate dallo Stato

Un aspetto paradossale della situazione riguarda le principali blue chip partecipate dallo Stato italiano. Società come Enel, Eni, Leonardo, Fincantieri, Poste Italiane e Telecom Italia sono tutte soggette alla Tobin Tax, e il raddoppio dell’aliquota le penalizza aumentando i costi di transazione per chi vuole investire nei loro titoli. Lo Stato italiano, quindi, si trova nella curiosa posizione di tassare maggiormente le transazioni sui propri stessi asset strategici, riducendone potenzialmente l’attrattività per gli investitori e, indirettamente, il valore di mercato.

Questo paradosso solleva interrogativi sulla razionalità complessiva della misura. Da un lato, lo Stato cerca di massimizzare il valore delle proprie partecipazioni azionarie per poterle eventualmente cedere o utilizzare come garanzia finanziaria. Dall’altro, aumenta un’imposta che rende queste stesse partecipazioni meno attrattive per gli investitori, potenzialmente deprimendone il valore di mercato. La logica di breve periodo, che guarda al gettito immediato della Tobin Tax, potrebbe quindi entrare in contraddizione con la strategia di lungo periodo per la gestione del patrimonio pubblico.


Conclusioni e raccomandazioni

Sintesi dell’analisi

Il raddoppio della Tobin Tax rappresenta una misura fiscale dall’impatto differenziato che merita un’analisi attenta e sfaccettata. Per alcuni segmenti di investitori, in particolare quelli orientati al lungo periodo con strategie buy-and-hold, l’impatto sarà limitato e difficilmente percepibile nella gestione quotidiana del portafoglio. Per altri segmenti, in particolare i trader attivi e gli investitori istituzionali, l’aumento rappresenta invece un incremento significativo dei costi operativi che potrebbe portare a modifiche sostanziali nelle strategie di investimento.

Sul fronte della liquidità e della competitività di Piazza Affari, le preoccupazioni espresse dagli esperti appaiono fondate. L’esperienza degli ultimi dodici anni mostra chiaramente che la Tobin Tax ha contribuito alla riduzione dei volumi di scambio del 40%, mentre mercati concorrenti senza questa imposta hanno mantenuto o aumentato i propri volumi. Il raddoppio dell’aliquota rischia di accentuare questa tendenza, rendendo il mercato italiano ancora meno competitivo nel contesto europeo.

Le contraddizioni interne alla strategia governativa sono evidenti. Da un lato si lavora alla riforma del Testo Unico della Finanza per aumentare l’attrattività di Piazza Affari e incentivare nuove quotazioni, dall’altro si raddoppia un’imposta che ha storicamente contribuito a ridurre l’attrattività del mercato. Sul fronte politico, il passaggio dalla promessa di abolizione della Lega al raddoppio dell’imposta da parte dello stesso partito al governo solleva interrogativi sulla coerenza tra programmi elettorali e azioni concrete.

Sul fronte del gettito, le stime ottimistiche del governo si scontrano con le evidenze storiche. Nel 2013, le previsioni parlavano di un miliardo di euro annuo, ma il massimo incasso mai raggiunto è stato di 546 milioni. È quindi lecito dubitare che il raddoppio dell’aliquota possa effettivamente generare i 337-546 milioni aggiuntivi previsti, considerando il probabile effetto negativo sui volumi di scambio e la possibile fuga di capitali verso mercati più competitivi.

Raccomandazioni per gli investitori retail

Gli investitori retail devono prima di tutto valutare attentamente il proprio profilo operativo e la propria strategia di investimento. Chi ha un orizzonte di lungo periodo e adotta un approccio buy-and-hold può sostanzialmente ignorare il raddoppio della Tobin Tax, che rappresenterà un costo marginale e trascurabile nel contesto complessivo degli investimenti. L’impatto annualizzato su un orizzonte di cinque o dieci anni è talmente basso da non giustificare modifiche alla strategia di portafoglio.

Chi invece opera con maggiore frequenza, effettuando numerose transazioni nel corso dell’anno, dovrebbe riconsiderare attentamente la propria operatività. Può essere opportuno ridurre il numero di operazioni, concentrando gli acquisti e privilegiando decisioni di investimento che abbiano un orizzonte temporale più lungo. In alternativa, lo spostamento parziale o totale verso azioni estere non soggette alla Tobin Tax può rappresentare una soluzione efficace per mantenere un’operatività attiva senza subire l’incremento dei costi.

L’ottimizzazione della struttura del portafoglio rappresenta una strategia fondamentale. L’aumento dell’uso di ETF armonizzati su indici italiani consente di mantenere l’esposizione al mercato italiano evitando la Tobin Tax diretta, beneficiando al contempo di una diversificazione efficiente e di costi di gestione contenuti. La diversificazione geografica, con l’inclusione di azioni europee e internazionali non soggette all’imposta italiana, riduce la dipendenza dal mercato domestico e migliora il profilo di rischio-rendimento complessivo del portafoglio. Quando si opera su azioni italiane, la preferenza per i mercati regolamentati rispetto all’OTC consente di dimezzare l’aliquota applicabile.

La pianificazione degli acquisti merita particolare attenzione. Concentrare le operazioni in un numero minore di transazioni di importo maggiore riduce i costi fissi complessivi, non solo della Tobin Tax ma anche delle commissioni bancarie. Per chi utilizza piani di accumulo capitale, è importante valutare attentamente il rapporto costi-benefici: su importi contenuti, l’impatto del raddoppio resta accettabile, ma per PAC di importo elevato potrebbe essere più conveniente passare a strumenti come gli ETF.

Data la complessità della materia e l’impatto che diverse scelte possono avere sulla fiscalità e sulla performance di lungo periodo, è fortemente consigliabile consultare un consulente finanziario qualificato. Un professionista può analizzare in dettaglio la situazione specifica di ciascun investitore, considerando non solo l’impatto della Tobin Tax ma anche altri aspetti fiscali, le esigenze di diversificazione, l’orizzonte temporale e gli obiettivi di investimento personali.

Prospettive future

Lo scenario ottimistico dal punto di vista del governo prevede che il raddoppio della Tobin Tax generi effettivamente il gettito aggiuntivo previsto di 337-546 milioni di euro annui, fornendo la copertura necessaria per altre misure fiscali senza impattare significativamente i volumi di scambio. Secondo questa visione, l’elasticità della domanda rispetto al prezzo delle transazioni sarebbe sufficientemente bassa da consentire l’aumento dell’imposta senza perdite sostanziali di base imponibile.

Lo scenario pessimistico, sostenuto da molti esperti ed economisti, prevede invece una riduzione ulteriore e potenzialmente significativa dei volumi di scambio a Piazza Affari. In questo scenario, il gettito effettivo risulterebbe inferiore alle stime ufficiali, potrebbero accelerare le operazioni di trasferimento della sede legale da parte di grandi aziende, e il divario competitivo con altre borse europee si amplierebbe ulteriormente. La combinazione di questi fattori potrebbe portare a un impoverimento strutturale del mercato finanziario italiano, con conseguenze negative sulla capacità delle imprese di raccogliere capitale e sulla liquidità complessiva del sistema.

Uno scenario realistico si colloca probabilmente in una posizione intermedia. È probabile una riduzione moderata dei volumi nell’ordine del 10-15%, sufficiente a rendere il gettito aggiuntivo inferiore alle stime ufficiali ma non così drammatica da causare un collasso della liquidità. Alcune grandi aziende potrebbero seguire l’esempio di Brembo e trasferire la sede legale all’estero, ma difficilmente si verificherà un esodo di massa nel breve periodo. Gli investitori retail potrebbero progressivamente preferire gli ETF rispetto alle azioni dirette per l’esposizione a Piazza Affari, mentre gli investitori istituzionali potrebbero ridurre moderatamente la propria presenza sul mercato italiano.

Il monitoraggio continuo

La situazione richiede un monitoraggio attento nei prossimi mesi. L’iter parlamentare finale della Manovra potrebbe ancora riservare modifiche, anche se a questo punto il raddoppio dell’imposta appare sostanzialmente certo. I primi dati sui volumi di scambio del 2026 saranno fondamentali per capire l’effettivo impatto della misura: una riduzione significativa dei volumi confermerebbe i timori degli esperti, mentre volumi sostanzialmente stabili darebbero ragione alle previsioni del governo.

Eventuali ulteriori modifiche normative potrebbero intervenire se l’impatto risultasse peggiore del previsto. Non sarebbe la prima volta che il governo è costretto a rivedere misure fiscali che si rivelano controproducenti. Il comportamento degli investitori istituzionali sarà particolarmente importante da osservare: una riduzione significativa della loro presenza sul mercato italiano sarebbe un segnale preoccupante per la competitività di lungo periodo di Piazza Affari.

In definitiva, il raddoppio della Tobin Tax rappresenta una scelta che privilegia il gettito fiscale di breve periodo rispetto alla competitività di lungo periodo del mercato finanziario italiano. Solo il tempo dirà se questa scelta si rivelerà efficace nel generare le risorse necessarie senza danneggiare eccessivamente l’attrattività di Piazza Affari. Gli investitori, nel frattempo, farebbero bene ad adattare le proprie strategie considerando questo nuovo contesto fiscale, ottimizzando i propri portafogli in modo da minimizzare l’impatto dell’imposta pur mantenendo un’adeguata esposizione al mercato azionario italiano.


Fonti e riferimenti

Le informazioni contenute in questo approfondimento si basano su fonti normative ufficiali, tra cui la Legge 24 dicembre 2012, n. 228 che ha introdotto la Tobin Tax in Italia e gli emendamenti governativi alla Manovra 2026 approvati nel dicembre 2025. I dati statistici provengono da fonti autorevoli come Consob nel suo Bollettino statistico 2024, l’indagine Assogestioni-Censis sul risparmio degli italiani pubblicata nel 2025, e i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze contenuti nel Bollettino statistico del Dipartimento Finanze. Ambromobiliare ha fornito analisi specifiche sull’impatto della Tobin Tax sul mercato italiano.

Le opinioni degli esperti sono state raccolte da fonti giornalistiche affidabili come Il Sole 24 Ore, Milano Finanza, Il Fatto Quotidiano e Teleborsa, oltre al fact-checking fornito da Pagella Politica. Gli economisti citati includono Luigi Marattin, economista e deputato del Partito Liberaldemocratico, Davide Massiglia dello studio legale Advant Nctm, e Stefano Franceschini Weiss, presidente di Ambromobiliare. Tutte le fonti sono state verificate per garantire l’accuratezza e l’oggettività delle informazioni riportate.

Contenuto a scopo informativo ed educativo: non costituisce consulenza personalizzata né raccomandazione su strumenti finanziari. Note legali

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