Vai al contenuto
Paolo Zamara

Investimenti · Patrimoni importanti

Mercati privati italiani

una struttura diversa, una resilienza diversa

Paolo Zamara 3 min di lettura

Mentre il mercato americano dei private markets mostra segnali di stress crescente — covenant erosi, leva finanziaria spinta ai limiti, valutazioni d’ingresso che hanno lasciato poco margine di errore — il mercato italiano continua a registrare un aumento degli investimenti e del numero di operazioni. Non è una coincidenza, e non dipende da un ciclo economico più favorevole. Dipende da come questo mercato è stato costruito.

Il private equity italiano non ha mai inseguito la logica del grande deal finanziariamente ottimizzato. Si è sviluppato intorno al mid-market, con una filosofia di investimento orientata alla creazione di valore industriale: professionalizzazione delle PMI familiari, supporto al passaggio generazionale, internazionalizzazione. Gli operatori entrano nelle aziende non per estrarne valore nel minor tempo possibile, ma per accompagnarle in una trasformazione strutturale. Questa impostazione porta naturalmente a operazioni con livelli di leva più contenuti e orizzonti temporali coerenti con i cicli reali delle imprese, non con le esigenze di rendimento a breve termine dei fondi.

Sul fronte del private debt, la distinzione rispetto al modello americano è ancora più netta. Negli Stati Uniti, il mercato del credito privato ha vissuto anni di espansione aggressiva, con una competizione tra fondi che ha portato a un progressivo allentamento degli standard di sottoscrizione. In Italia, l’approccio è rimasto centrato sulla capacità di generazione di cassa operativa delle aziende finanziate — l’EBITDA come misura della solidità reale, non le garanzie collaterali come surrogato. I fondi italiani di private debt hanno costruito i propri portafogli privilegiando settori difensivi e management di comprovata qualità, con una selezione che si traduce storicamente in tassi di insolvenza molto contenuti e recovery rate superiori alla media internazionale.

Il venture capital racconta una storia altrettanto peculiare. L’ecosistema italiano ha superato la fase in cui la disponibilità di capitale era il principale collo di bottiglia, ed è entrato in una fase di maturità selettiva: meno euforia, più attenzione alla sostenibilità dei modelli di business. Il ruolo strutturale di CDP Venture Capital come anchor istituzionale garantisce una continuità di finanziamento attraverso le fasi del ciclo che i mercati puramente privati non possono assicurare — una caratteristica che protegge l’ecosistema dalle contrazioni brutali che seguono i boom speculativi, come quello vissuto dal VC americano nel 2021-2022.

Le infrastrutture e i real asset rappresentano forse l’asset class più distante dalle turbolenze internazionali. La natura stessa di questi investimenti — flussi di cassa stabili, spesso regolati o indicizzati all’inflazione, legati ad asset fisici essenziali — li rende impermeabili alle dinamiche di rivalutazione e svalutazione che colpiscono i mercati del credito privato nei momenti di stress. La crescente quota di capitale allocata a energia, reti digitali e social housing risponde a una logica di portafoglio che privilegia la decorrelazione dai mercati pubblici e la stabilità di lungo periodo.

A tenere insieme tutto questo c’è un quadro normativo e distributivo che funziona come ulteriore ammortizzatore. I PIR Alternativi, con la loro struttura fiscale vincolata a un orizzonte minimo pluriennale, disincentivano per costruzione i riscatti impulsivi. Gli ELTIF 2.0, pur aprendo il mercato agli investitori retail, mantengono meccanismi di gestione della liquidità — gate sui riscatti, periodi di preavviso — che impediscono la propagazione del panico da un segmento all’altro. La vigilanza di Banca d’Italia e Consob aggiunge un livello di monitoraggio che nei mercati meno regolamentati semplicemente non esiste.

C’è infine una questione di valutazioni che merita attenzione. La crisi che si delinea oltreoceano è in parte una crisi dei prezzi: anni di abbondante liquidità avevano spinto i multipli d’ingresso a livelli difficilmente difendibili in uno scenario di tassi normalizzati. Il mercato europeo, e italiano in particolare, non ha mai raggiunto quegli eccessi. Le valutazioni sono rimaste più ancorate ai fondamentali industriali, il che significa che il rischio di correzione al ribasso è strutturalmente più contenuto.

Nessuno di questi elementi costituisce un’immunità assoluta. Un rallentamento nella raccolta è già visibile, e la selettività crescente degli investitori istituzionali internazionali può ridurre temporaneamente i flussi di capitale disponibile. Ma ciò che distingue un mercato maturo da uno fragile non è l’assenza di pressioni esterne, bensì la capacità di assorbirle senza crisi di sistema. E il mercato privato italiano, per come è stato costruito — con leva contenuta, filosofia industriale, normativa robusta e sottostante reale — ha esattamente quella capacità

Immagine

.

Contenuto a scopo informativo ed educativo: non costituisce consulenza personalizzata né raccomandazione su strumenti finanziari. Note legali

Pubblicato anche su Substack (si apre in una nuova scheda).

Condividi

Continua a leggere

Leggi anche