Un rialzo dei mercati che dura da mesi: tutti ne parlano, i guadagni sembrano facili, e la tentazione di entrare cresce proprio quando i prezzi sono più alti. Poi arriva un crollo: le notizie fanno paura, e la tentazione di vendere cresce proprio quando i prezzi sono più bassi. È uno degli schemi più ricorrenti nella storia degli investimenti. E non riguarda persone sprovvedute: riguarda tutti noi.
L’investitore della teoria e quello reale
Per gran parte del Novecento la teoria economica ha descritto un investitore ideale: perfettamente informato, freddo, capace di valutare ogni alternativa e di scegliere sempre quella più conveniente. Un modello utile per costruire teorie, ma lontano dalla realtà.
Dagli anni Settanta due psicologi, Daniel Kahneman e Amos Tversky, hanno mostrato con una lunga serie di esperimenti che le persone si allontanano da quel modello in modo sistematico: non sbagliano a caso, ma sempre negli stessi modi. Da quegli studi è nata la finanza comportamentale, che unisce economia e psicologia per spiegare come decidiamo davvero. Nel 2002 Kahneman ha ricevuto il premio Nobel per l’economia.
Due modi di pensare
Nel suo libro Pensieri lenti e veloci, Kahneman descrive due modalità di pensiero:
- il Sistema 1, veloce, automatico e intuitivo. È quello che ci fa frenare di colpo in auto o riconoscere una faccia arrabbiata. Non costa fatica, ma si basa su impressioni e scorciatoie;
- il Sistema 2, lento, analitico e riflessivo. È quello che usiamo per fare un calcolo complesso o confrontare con attenzione due alternative. È più affidabile, ma faticoso, e tende a delegare al primo appena può.
Nella vita quotidiana il Sistema 1 funziona benissimo. Nelle decisioni di investimento, però, ci porta fuori strada: davanti a numeri che oscillano, notizie allarmanti e denaro che sembra sparire, a prendere il comando sono la paura, l’entusiasmo e il confronto con gli altri.
I bias: scorciatoie che costano
Le scorciatoie mentali del Sistema 1 si chiamano bias cognitivi: distorsioni sistematiche nel modo in cui valutiamo informazioni e probabilità. Nelle prossime lezioni ne vedremo alcuni tra i più costosi per chi investe:
- l’avversione alle perdite: una perdita ci fa soffrire molto più di quanto ci rallegri un guadagno della stessa entità;
- l’effetto gregge: la tendenza a fare ciò che fanno gli altri, soprattutto nei momenti di incertezza;
- l’eccesso di fiducia e il bias di conferma: sopravvalutare le proprie capacità e cercare solo le informazioni che ci danno ragione.
Conta anche la storia personale. Le ricerche dell’economista Ulrike Malmendier mostrano che le esperienze vissute, come una grande crisi attraversata da giovani, influenzano per decenni il modo in cui si investe. Ne abbiamo parlato nell’approfondimento Le nostre scelte finanziarie non dipendono dalla razionalità, ma dalla storia che abbiamo vissuto.
Perché conoscerli serve
Sapere che esistono i bias non basta a eliminarli: anche chi li studia per mestiere ne è vittima. Serve però a riconoscerli più spesso, e soprattutto a costruire difese che non dipendano dalla forza di volontà del momento: un piano scritto, regole decise a mente fredda, una persona di fiducia con cui confrontarsi prima di agire.
Nella prossima lezione partiamo dal bias che, più di tutti, spiega le decisioni affrettate nei momenti di crisi: l’avversione alle perdite.
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Contenuto a scopo informativo ed educativo: non costituisce consulenza personalizzata né raccomandazione su strumenti finanziari. Note legali
