A Mercati Chiusi · Numero 015
La Fed alza i tassi per la prima volta dal 2023
Uscito il 20 settembre 2026 4 min di lettura
I tre punti della settimana
- 1Fed: +25 punti base, tassi al 3,75%-4% con voto unanime
- 2Treasury decennale vicino al 5%, massimo dal 2007
- 3Il dollaro forte e il suo doppio effetto sulle materie prime
La Lettera
Il rendimento del decennale americano ha sfiorato il 5%, un livello che non si vedeva dal 2007, e dietro quel numero non c’è panico ma una scelta precisa: mercoledì la Fed ha alzato i tassi per la prima volta dal 2023. Un mese fa, a Jackson Hole, il neo presidente Warsh aveva lasciato intendere che sarebbe potuto succedere; questa settimana l’ha fatto davvero, con un voto unanime. Vi racconto cosa cambia, insieme al resto di una settimana in cui anche il Mar Rosso ha continuato a farsi sentire sui listini.
Mercati della Settimana
Le borse chiudono comunque in rialzo nonostante la scossa della Fed: l’S&P 500 guadagna lo 0,5% e venerdì tocca 7.651 punti, il Nasdaq sale dello 0,9%, il Dow Jones dello 0,5% — primo saldo settimanale positivo dopo tre settimane in rosso. Il Ftse Mib vive una settimana a due facce, tra un lunedì pesante e il recupero di mercoledì fino a 51.969 punti, per restare infine vicino ai 52mila punti. Il vero terremoto è nell’obbligazionario Usa: il Treasury a 10 anni ha sfiorato il 5,04%, massimo dal 2007, prima di assestarsi appena sotto quella soglia. In Europa il Btp decennale rende il 4,34%, spread contro Bund tra 86 e 91 punti base — stabile nonostante il nervosismo oltreoceano. L’euro cede terreno sul dollaro, fino a 1,148, minimo da fine luglio. Il petrolio resta il sorvegliato speciale: il Brent viaggia sopra i 104 dollari al barile, sostenuto dall’avanzata delle milizie Houthi nel Mar Rosso; l’oro tiene, stabile sui 4.350-4.400 dollari l’oncia.
Tema della Settimana
I fatti
Mercoledì 16 settembre la Federal Reserve, guidata dal nuovo presidente Kevin Warsh, ha alzato i tassi di riferimento di 25 punti base, portandoli al 3,75%-4% — primo rialzo dal 2023, deciso con voto unanime 12 a 0. Warsh ha motivato la scelta dicendo che l’inflazione “non mostra segnali di miglioramento sostanziale”, nonostante mesi di pressioni politiche perché la Fed tagliasse.
Perché conta per la finanza
Fino a poche settimane fa il mercato dava per scontato un percorso di tagli; ora deve fare i conti con l’ipotesi opposta, e le proiezioni del board indicano che la maggioranza si aspetta almeno un altro rialzo entro fine anno. È una Fed che sceglie di proteggere la stabilità dei prezzi anche a costo di rallentare la crescita, proprio mentre il petrolio sopra i 100 dollari alimenta l’inflazione che vuole domare.
La mia opinione
La parte più interessante non è il quarto di punto in sé, ma il messaggio istituzionale. Una banca centrale disposta ad alzare i tassi nonostante le pressioni per tagliarli antepone il proprio mandato alla convenienza del momento. Per chi investe, il segnale da cogliere non è “i tassi salgono, quindi vendo”, ma la conferma che uno scenario di tassi più alti più a lungo va preso sul serio nella costruzione del portafoglio.
Insight del Consulente
C’è una domanda che negli ultimi giorni mi è arrivata, con parole diverse, da almeno sei o sette persone: “Con i tassi che salgono, conviene aspettare a fare il mutuo?” Quasi tutti la ponevano come se il rialzo della Fed si traducesse automaticamente in un mutuo italiano più caro il mese prossimo — cosa che, per un mutuo a tasso fisso richiesto oggi, semplicemente non è vera nell’immediato: quel tasso lo blocca il momento della firma, non una decisione presa a Washington. Quello che mi colpisce, mettendo insieme queste conversazioni, è quanto la stessa parola — “tassi” — venga usata per fenomeni distanti: il costo del denaro tra banche centrali e banche commerciali, e il tasso che pagherete voi su un prestito specifico. Distinguerli non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra decidere con lucidità e decidere per sentito dire.
Concetto della Settimana
Scheda didattica
Il Dollaro Forte e il Suo Effetto Doppio sulle Materie Prime
Definizione
Gran parte delle materie prime globali — petrolio, gas, molti prodotti agricoli — sono quotate in dollari, indipendentemente da dove vengono prodotte o consumate. Quando il dollaro si rafforza sull’euro, il costo di quelle materie prime per un acquirente europeo cambia anche se il prezzo in dollari resta identico.
Perché è importante
Questa settimana i due fattori si sono mossi nella stessa direzione, amplificandosi a vicenda: il rialzo Fed ha reso il dollaro più attraente, spingendo l’euro fino a 1,148, mentre il Brent saliva sopra i 104 dollari per la crisi nel Mar Rosso. Per chi acquista energia in Europa l’effetto non si compensa: si somma.
Esempio numerico
Un barile di Brent a 104,62 dollari, convertito al cambio di fine agosto (circa 1,16), costava intorno a 90 euro. Allo stesso prezzo in dollari ma al cambio attuale di 1,148, lo stesso barile supera i 91 euro: circa l’1% in più sulla sola componente valutaria, che si somma al rialzo del prezzo in dollari, superiore al 10% da inizio agosto. Sui volumi di importazione di un intero paese, la differenza smette di essere un dettaglio.
In una riga
Quando leggete che “il petrolio sale”, chiedetevi sempre anche cosa sta facendo l’euro nello stesso momento: dollaro forte e materie prime care sono una combinazione che si rincorre, non si annulla — ed è quasi sempre l’Europa a pagarne il conto più alto.
Take Away
Tra una Fed che ha scelto la stabilità dei prezzi invece della scorciatoia dei tagli, un dollaro tornato forte e un petrolio che continua a pesare sui conti di famiglie e imprese, il filo di questa settimana è che i tempi dei tassi bassi facili sembrano più lontani di quanto molti sperassero.
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Buona settimana, Paolo
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