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Paolo Zamara

A Mercati Chiusi

Il punto settimanale su mercati, economia e geopolitica

6–11 luglio 2026

A Mercati Chiusi · Numero 005

La tregua si spezza: torna l’incertezza in Medio Oriente

Uscito il 11 luglio 2026 4 min di lettura

I tre punti della settimana

  1. 1Nuovi raid americani sull’Iran e risposta di Teheran nel Golfo
  2. 2I mercati alla prova di una nuova escalation
  3. 3L’inflazione da costi: quando a spingere i prezzi è l’offerta
In questo numero
  1. La Lettera
  2. Mercati della Settimana
  3. Tema della Settimana
  4. Insight del Consulente
  5. Concetto della Settimana
  6. Take Away

La Lettera

Questa settimana la tregua a cui ci stavamo abituando si è spezzata di nuovo: gli Stati Uniti sono tornati a colpire l’Iran con un’intensità che non si vedeva da mesi, e i mercati hanno dovuto fare i conti, ancora una volta, con l’incertezza del Medio Oriente. Eppure Wall Street e Piazza Affari hanno chiuso la settimana vicino ai massimi. Vi racconto perché questa apparente contraddizione dice molto su come funzionano davvero i mercati — e cosa vale la pena guardare per non farsi ingannare dai titoli dei giornali.

Mercati della Settimana

Partiamo dall’azionario, che ha sorpreso in positivo: nonostante l’escalation in Medio Oriente, Wall Street ha retto bene, con l’S&P 500 a un passo dai massimi dopo il rally della settimana precedente (+1,8%). A Piazza Affari il FTSE MIB ha chiuso a +0,44%, quota 52.614 punti, trainato dalla difesa: Fincantieri ha corso oltre l’11% dopo quattro acquisizioni strategiche, e Leonardo ha beneficiato del vertice NATO di Ankara sulla spesa militare. Il vero nervosismo si è visto sul reddito fisso: lo spread BTP-Bund è salito a 80 punti base, il livello più alto da mesi, con il BTP decennale al 3,86% contro il 3,06% del Bund. Negli Stati Uniti il Treasury a 10 anni è arrivato al 4,56%, perché il mercato ha smesso di scommettere su tagli dei tassi e teme un rialzo. L’euro si è indebolito leggermente verso 1,14 sul dollaro. Il petrolio WTI si è mosso tra 67 e 75 dollari al barile; l’oro, pur sopra i 4.100 dollari l’oncia, resta il 26% sotto il massimo storico di gennaio — un dato su cui torno tra poco.

Tema della Settimana

I fatti

Dopo settimane di tregua fragile, gli Stati Uniti sono tornati a colpire l’Iran con una violenza che non si vedeva da tempo — oltre 170 obiettivi in due giorni, compreso il porto strategico di Bandar Abbas. Teheran ha risposto con missili e droni verso le basi nel Golfo, allarmi scattati in Bahrein, Kuwait e Giordania, mentre i Guardiani della Rivoluzione minacciano di richiudere lo Stretto di Hormuz.

Perché conta per la finanza

Da quello stretto passa circa un quinto del petrolio mondiale, quindi ogni nuova escalation si traduce quasi automaticamente in maggiore volatilità energetica — e l’inflazione USA, già al 4,2% a giugno (il livello più alto in tre anni), ne risente direttamente. Non a caso Fed e BCE hanno cambiato narrativa: non più tagli dei tassi, ma possibili nuovi rialzi, il primo probabile a settembre.

La mia opinione

La cosa che mi colpisce di più è che, nonostante i titoli da prima pagina, gli indici azionari restano vicini ai massimi. Non perché il rischio sia sparito, ma perché i mercati stanno imparando a distinguere tra shock temporaneo e cambiamento strutturale. Per chi investe, il messaggio resta lo stesso di sempre: la geopolitica genera rumore nel breve periodo, ma raramente giustifica da sola un cambio di strategia di lungo periodo.

Insight del Consulente

Questa settimana ho parlato con un cliente che, vedendo l’oro sotto i 4.150 dollari — ben lontano dal picco di gennaio a 5.598 — mi ha chiesto se non fosse il momento di comprare “la correzione”. Gli ho fatto notare una cosa che spesso si dimentica: l’oro non sale automaticamente ogni volta che scoppia una crisi. Sale quando il mercato percepisce un rischio sistemico non ancora prezzato. In questo momento, con le banche centrali pronte ad alzare i tassi, il costo opportunità di detenere un bene che non paga interessi è più alto — e questo pesa più della paura geopolitica. La lezione per me è sempre la stessa: nessun asset è un porto sicuro automatico. Anche l’oro va capito, non solo comprato d’istinto quando le notizie fanno paura.

Concetto della Settimana

Scheda didattica

L’Inflazione da Costi

Definizione

L’inflazione da costi (cost-push) si verifica quando i prezzi salgono non perché la domanda è troppo forte, ma perché aumentano i costi di produzione — tipicamente energia e materie prime. È esattamente quello che sta succedendo ora: il conflitto in Medio Oriente spinge in su il prezzo del petrolio, e questo si trasferisce a cascata su trasporti, bollette e beni di consumo.

Perché è importante

È un tipo di inflazione più scomodo da gestire per le banche centrali, perché alzare i tassi — lo strumento classico contro l’inflazione — non abbassa il prezzo del petrolio, ma rallenta comunque l’economia. Per questo Fed e BCE si trovano ora nella posizione difficile di dover forse alzare i tassi proprio mentre la crescita mondiale rallenta (il commercio globale nel 2026 è stato rivisto al ribasso all’1,8%, dal 2,5% precedente).

Esempio numerico

Un aumento del petrolio da 60 a 75 dollari al barile — circa il 25% in più — si traduce storicamente in un incremento dell’inflazione generale di 0,3-0,5 punti percentuali nell’arco di pochi mesi, attraverso benzina, riscaldamento e trasporto merci. Non è un caso che l’inflazione USA sia salita al 4,2% a giugno, il livello più alto in tre anni.

In una riga

Quando l’inflazione nasce da uno shock energetico esterno, il portafoglio va protetto pensando al potere d’acquisto reale, non solo al rendimento nominale — un discorso da affrontare con calma, non nel mezzo del panico da titoli di giornale.

Take Away

Settimane come questa mi ricordano che la disciplina batte sempre la reazione a caldo: che lo Stretto di Hormuz si richiuda o meno, che la Fed alzi o meno i tassi a settembre, il vostro piano finanziario dovrebbe già avere una risposta pronta.

Buona settimana, Paolo

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